sabato

Il Nemico - Emanuele Tonon (ISBN 2009)
a cura di Alessandro Pascale
"Un romanzo eretico, disturbante e maledetto Tra vita quotidiana e invettiva spirituale, uno spaccato struggente e indimenticabile del Nordest italiano profondo"
Rimasto piuttosto sconvolto per la lettura de Il Nemico e dovendone scrivere qualche riga di commento non ho potuto astenermi dall’andare a pescare per il web un po’ di impressioni e recensioni più o meno articolate. In questa ricerca ho trovato un’impressione che nella sua concisione più di altri mi ha fatto riflettere. Un lettore commentava il libro semplicemente così: “la cognizione del dolore”.
Il richiamo all’opera magistrale di Gadda mi ha fatto subito pensare alle profonde similarità e differenze che le due opere hanno. Il dolore soprattutto. Il Nemico è un romanzo che parla di dolore, tanto dolore. Un dolore veramente struggente e tragico, espresso con foga e rabbia, nonché con una precisa coscienza su chi sia il vero nemico, sia in terra che in cielo. Si è descritto infatti questo romanzo come tendezialmente antireligioso o filosofico ma ciò non è del tutto vero, anzi lo è solo in minima parte.
Se è vero infatti che la negazione di un Assoluto positivo è totale non altrettanto vero è che si scada in un bieco materialismo neorealista. Piuttosto si rimane sospesi in un limbo di crudezza e individualistico dolore da cui non si riesce praticamente a uscire se non attraverso una prosa ai limiti della pornografia. Arriviamo qui ad altri due aspetti che accomunano le opere di Gadda e Tonon: la radicale eterogeneità del linguaggio e dello stile, oltre al carattere di rottura completa con l’ambiente intellettuale dominante.
La cognizione del dolore era un romanzo difficile, per certi versi ancora acerbo (in parte per l’incompiutezza dovuta alla morte dell’autore, in parte per una precisa scelta attitudinale) e in definitiva un tuffo nella psicologia più malsana della borghesia media d’epoca fascista. Un’opera di rottura completa quella di Gadda, tanto che gli venne attribuito da qualche critico una certa rilevanza neanche troppo implicitamente politica, sia per la trama che per la sua totalità (pensiamo a cosa volesse dire creare un protagonista borghese disturbato mentalmente o scrivere larghi tratti in dialetto nell’Italia romanocentrica di fine anni ’30).
Tonon è anch’esso radicale e rivoluzionario, nel suo piccolo: le cento pagine del suo romanzo sono divise perfettamente in due parti. La prima parte è un vero e proprio grido di rabbiosa denuncia (di Antonioni-ana memoria verrebbe da dire dando uno sguardo al cinema) per la condizione della classe operaia del civilizzato ed avanzato Nord-Est: quello che oggi è il feudo della Lega, quello che per trovare la Sinistra bisogna andarla a cercarla col lumicino.
Tonon, teologo-operaio, rilancia una protesta che sembrava ormai morta, e lo fa con una prosa talmente cruda e disperata da diventare sconvolgente. Il motivo conduttore vincente diventa l’associazione tra le disgrazie causate dalla fabbrica (e dai padroni, non imprenditori, padroni!!!) e la morte prematura del padre, conclusione ineluttabile di una lunga agonia dovuta al cancro. Una storia come tante, troppe, purtroppo, ma che diventa linfa per il protagonista, incapace di assorbire il lutto e di andare avanti, ricominciando a vivere normalmente. Ne escono delle pagine commoventi e lacrimevoli per l’alto tasso di immedesimazione con un protagonista sconfitto in ogni ambito della sua vita, vero e proprio anti-eroe.
La seconda parte del romanzo si fa ancora più ispida e l’atmosfera più grottesca, l’aria rarefatta ed evanescente, il flusso interiore di pensieri portato alle estreme conseguenze. Ruotando attorno al motivo conduttore di una coppia spentasi sessualmente e vitalisticamente alla notizia di non potere avere figli, Tonon costruisce un impianto ancora più esplicitamente anti-borghese, stavolta facendo leva su una descrizione certosina di ogni tipo di depravazione sessuale e fisica, a cui non può esserci altro esito che quello dell’esaltazione della morte in contrapposizione a quel Dio cattolico di cui ormai è definitivamente accertata non l’indifferenza, ma la completa assenza. Pagine in cui la moralità scompare, e per questo terribilmente difficili da reggere perfino per un lettore tendenzialmente progressista e colto.
In definitiva è un pugno nello stomaco Il Nemico, romanzo difficile ma affascinante, di spirito operaio ma profondamente intelletualistico e psicologico. Soprattutto un’opera che non ama le mezze misure, né ha timore di spiattellare tutte le verità scomode che troppo spesso scrittori e lettori borghesi tendono a mettere in disparte nel loro falso progressismo. Tuttavia se c’è una cosa che ci ha insegnato Conrad in Cuore di tenebra è questa: l’orrore va visto fino in fondo per cogliere l’essenza della verità. E questo è esattamente ciò che fa Tonon, e come ha fatto a suo tempo Gadda.

domenica

La Grande Baldoria-Seth Freedman (2009, ISBN)
a cura di Alessandro Pascale
La Grande Baldoria è un incredibile affresco del capitalismo finanziario qui incarnato dal Miglio Quadrato (una dei nomignoli più ricorrenti assieme a quello di "City" per evocare l'epicentro borsistico di Londra), specchio di una società e di una mentalità che con la globalizzazione sembrano ormai invasivi a livello mondiale.
Attraverso una prosa sciolta, fresca e giovane Freedman rievoca i suoi trascorsi da broker e raccoglie un'enorme quantità di materiale documentario catturando accattivanti interviste ai protagonisti della City.
Introducendoci ai termini tecnici (broker, dealer, headge fund, DCO, Subprime, ecc.) in maniera vivace e colorita Freedman cattura una serie di istantanee per larghi tratti impietose, dipingendo una classe dirigente completamente fuori dalla realtà nonchè priva della benchè minima moralità. Nient'altro che un ammasso di esseri poco meno che automatici il cui unico fine è far soldi per fare altri soldi, con modalità che lo stesso autore accomuna in maniera pericolosa al gioco d'azzardo e ad una mentalità al limite della schizofrenia collettiva.
la cosa sorprendente è che Freedman ottiene tutto ciò con un linguaggio semplice e diretto, sempre alla portata di un lettore tendenzialmente ignorante e avulso da nozioni economiche e finanziarie.
Altro dato interessante è il carattere essenzialmente descrittivo della narrazione, quasi a sfondo documentario., lasciando al lettore il compito di formulare un giudizio complessivo sulle varie vicende. L'autore si astiene infatti dal condannare il comportamento dei suoi ex colleghi, anzi tende a difenderli, come una categoria che lungi dall'essere un'accozzaglia di banditi e truffatori appare nient'altro che un riflesso estremo di una società e del suo sistema di valori. Sono questi, ed altri attori ipocriti (duri gli attacchi verso Gordon Brown e la mentalità progressista laburista e democratica) ad essere i veri protagonisti di fondo della crisi finanziaria del 2008. Una crisi che affonda quindi le sue radici nei presupposti di un sistema malato all'origine, non nelle sue propaggini più macabramente estetiche (il settore finanziario).
Quasi in maniera inconsapevole Seth Freedman traccia di fatto un atto d'accusa enorme verso il capitalismo e il liberismo sfrenato, intesi soprattutto come sistemi incapaci di garantire un'adeguato livello di vita psicofisica all'individuo medio, facendolo invece entrare in una spirale in cui ciò che conta viene ad essere esclusivamente il profitto.
A proposito del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia - un'analisi della crisi"
Derive Approdi

“Piuttosto che azzardare previsioni, in questo caso è importante riconoscere i dati di fatto”. Alberto Burgio invita a osservare questo principio cautelativo nel capitolo conclusivo del suo recente Senza democrazia. Un’analisi della crisi (Derive Approdi, Roma 2009) e lo fa riferendosi ad una questione specifica: l’esito del “passaggio di fase” prodotto dalla crisi in atto (segnatamente in relazione al ruolo degli Usa, che oggi appare indebolito dalla crisi stessa e insidiato da nuove ed emergenti potenze globali). Su tale questione torneremo tra poco. Qui interessa annotare – come primo approccio al testo suddetto – che tale propensione per una descrizione empiricamente documentata pervade in realtà tutta la trattazione, la quale si presenta appunto minuziosamente supportata dalla rilevazione di “dati di fatto”. Tra questi, sono ovviamente preponderanti i dati economici. Ma attenzione, non si tratta di un libro di economia (né, com’è noto, chi lo ha scritto fa di mestiere l’economista). Direi che è – né più né meno – un libro di storia assai istruttivo, da far leggere per far capire il nostro tempo: precisamente, lo sfondo storico dell’attuale crisi. Tuttavia, per andare al cuore dell’ispirazione, va anche detto che si tratta di un libro scritto da un intellettuale comunista, per il quale non a caso continua ad avere un’importanza cruciale l’indagine della totalità sociale capitalistica e delle sue strutturali contraddizioni. E’ qui che troviamo la chiave di lettura dei dati. In effetti, Burgio completa la sua opera nel vivo della crisi (la data di edizione è aprile 2009), quando l’altalena delle notizie e delle previsioni è in frenetico movimento: difficile, per chi scrive in queste condizioni, a ridosso di un evento in pieno svolgimento, chiudere il cerchio dei ragionamenti. Se questo testo vi riesce, è perché colloca l’analisi alla giusta profondità, dilatando l’apertura del tempo storico e interpretando questa crisi come un evento che arriva da lontano, prodotto dalle tendenze di fondo della società capitalistica. La crisi in cui siamo a tutt’oggi immersi, insomma, non nasce come un fungo, a seguito di qualche errore (seppur significativo) di politica economica o perché nei luoghi che contano sono saltate alcune regole di comportamento virtuoso. Né dunque, per contenerla e scongiurare il suo riprodursi, basta semplicemente ripristinare un codice etico capace di tenere a bada l’avidità (greed) degli operatori economici. Come è specificato sin dalle prime pagine del libro, essa affonda le sue radici nel “secolo lungo”, nella pancia di un ‘900 che non è un “secolo breve”: che dunque non inizia nel 1915/18, con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre, per finire col biennio 1989/91 e con la caduta del Muro di Berlino (secondo una fortunata formula, che peraltro è stata successivamente corretta dal suo stesso autore, Eric J. E. Hobsbawm). Sarebbe infatti impossibile dar conto di quella prima guerra mondiale, prescindendo dalle sue cause: “(…) i conflitti interimperialistici divampati negli ultimi trent’anni dell’Ottocento e la Grande Depressione che si intrecciò a essi tra il 1873 e il ‘96”; cause che “restano operanti anche nel dopoguerra, conducendo alla Grande crisi degli anni Trenta e al secondo conflitto mondiale”. Sarebbe parimenti inconcepibile pretendere di cogliere il significato degli avvenimenti prodottisi tra il 1989 e il 1991, astraendo dai loro effetti: “l’unificazione mondiale dei mercati”, con “l’irruzione del gigantesco esercito industriale di riserva dei Paesi in via di sviluppo”, “l’unificazione monetaria europea” e, soprattutto, “lo sfondamento capitalistico sul terreno dei rapporti di lavoro”. La descrizione dei fatti e le connesse periodizzazioni rimarrebbero appese al vuoto se non seguissero il filo della lotta di classe e dei rapporti di forza tra le classi, se non individuassero in quel decisivo snodo epocale l’estinguersi della “grande paura del comunismo” e il conseguente scatenarsi della “furiosa reazione” del capitale. E’ qui che il modo di produzione vigente viene modellando un nuovo assetto sociale: la trasformazione della società in un “grande mercato dominato dalle multinazionali” e la costruzione di “una vera società di massa, nella quale le élites comandano a proprio talento”.- In questo largo contesto storico vanno rintracciate, più specificatamente, le linee di tendenza che conducono alla crisi odierna: ed è lungo l’asse di una tale ricerca che Burgio indica gli anni Settanta come un decennio di importanza essenziale: “La realtà odierna nasce negli anni Settanta”. Già in quegli anni, infatti, spinto dall’emergere delle contraddizioni strutturali che avevano capovolto la tendenza progressiva della fase “aurea” postbellica, l’establishment dell’Occidente capitalistico - a partire dal suo centro propulsore, gli Stati Uniti - preparava la svolta e poneva le premesse della sua rivincita. Dopo il 1945, sulle macerie della secondo conflitto mondiale, il capitalismo aveva costruito la sua ripresa: un’ “età dell’oro” durata trent’anni, fino agli anni ’70. Attorno alla produzione fordista e sulla base del compromesso stabilito tra big business, big government e big unions, erano cresciute occupazione e spesa pubblica, i redditi da lavoro avevano conquistato quote di Pil (questo stesso in consistente crescita), seguendo la scia dell’aumento della produttività. L’emancipazione sul piano della democrazia e dei diritti sociali e civili aveva accompagnato in un sincronico processo ascendente la redistribuzione di reddito attuata dalle politiche keynesiane e lo sviluppo del welfare universalistico. Non va omesso il fatto che tutto ciò avveniva su uno scenario internazionale condizionato dalla presenza dell’Unione Sovietica: “A dispetto di tutti i suoi limiti” - annota Burgio - quest’ultima “costituì per circa settant’anni (…) una sfida e un riferimento fondamentale, non soltanto per la sinistra intellettuale, politica e sindacale di tutto il mondo, ma anche per i governi e le classi dirigenti dei Paesi capitalistici”, oltre che “la dimostrazione della concreta possibilità della transizione a un’altra forma sociale”. Per chi avesse scambiato la realtà strutturalmente contraddittoria della produzione capitalistica con il sogno illuministico di un lineare e indefinito progresso umano, gli anni ’70 hanno certamente costituito un brusco risveglio. Già a metà degli anni ’60, si manifestano le prime avvisaglie di crisi con “la progressiva saturazione dei mercati di beni di consumo”. Nel 1964 l’economia statunitense entra in recessione. La guerra del Vietnam assicura una tenuta nell’utilizzo degli impianti industriali ma, allo stesso tempo, costringe a enormi finanziamenti e ad una massiccia iniezione di liquidità: l’inflazione si impenna, portando fatalmente alla svalutazione della moneta Usa. Così, quando i detentori di grandi quantità di dollari cominciano a chiederne la conversione in oro, il Gold exchange standard – il sistema monetario inaugurato a Bretton Woods, che sino a quel momento aveva appunto ancorato all’oro il regime dei cambi – entra in crisi. Nell’estate del ’71 si produce “un evento di portata storica”: il presidente Nixon decide unilateralmente la fine della convertibilità aurea del dollaro (che viene dunque svincolato da ogni riferimento alle riserve auree della Banca centrale americana) e il passaggio al cosiddetto Dollar standard, sistema nel quale il dollaro diviene “moneta di riferimento internazionale su base assolutamente fiduciaria”. Nell’economia si esprime qui tutta l’arbitrarietà del potere politico e militare della grande potenza americana (tra gli altri, Burgio cita in proposito l’ex governatore della Banca d’Italia, Guido Carli: “Il potere del dollaro si è manifestato nella sua natura puramente egemonica”). Gli Stati Uniti acquisiscono infatti un grande privilegio: quello di ottenere dall’estero ricchezza (merci e capitali) in cambio di una moneta di cui possono stampare a propria discrezione quantità illimitate.- Ma la medaglia ha un rovescio negativo che farà sentire a lunga scadenza i suoi pesanti effetti: “Il riferimento all’oro poneva un limite all’espansione dell’indebitamento reale degli Stati Uniti”. Ora questo limite salta: “la possibilità di creare liberamente moneta e di aumentare a dismisura il volume delle importazioni sottrae stimoli alla produzione”. E l’economia Usa si trasforma progressivamente in “un’economia basata prevalentemente sulla rendita (finanziaria), sul consumo e sul debito”. Nella seconda metà degli anni ’70, la crescita e gli investimenti segnano il passo, la base industriale statunitense si riduce; per converso, cominciano ad aumentare esponenzialmente il debito estero e il deficit pubblico.In una società capitalistica, quando sono minacciati i margini di profitto, la contromisura sistematicamente adottata è l’attacco al salario. Non è un caso quindi che, nel contesto suddetto, prenda corpo una poderosa offensiva contro il mondo del lavoro. Opportunamente, il libro focalizza l’attenzione su di un episodio emblematico, un convegno sulla “crisi della democrazia” del 1975, promosso dalla Trilateral, una commissione che “da due anni riunisce esponenti del Gotha politico-finanziario di Stati Uniti, Europa e Giappone”. La responsabilità della crisi è individuata, oltre che nella debolezza del dollaro, nell’inflazione, nei disavanzi pubblici, nell’esorbitante pressione dei sindacati. La ricetta raccomandata è la decisa applicazione degli orientamenti monetaristi di Milton Friedman e della scuola di Chicago: taglio dei salari e precarizzazione del lavoro, riduzione della spesa sociale, privatizzazioni e privilegi fiscali per il capitale”. Questo sarà d’ora in avanti lo “spirito dei tempi”.Negli anni ’80, Reagan e la sua reaganomics negli Usa, la signora Thatcher in Inghilterra incarneranno al meglio tali orientamenti. Il modello reaganiano, consentirà di mantenere i margini di profitto e conservare agli Usa il ruolo di motore mondiale dello sviluppo: ma, anche qui, pagando alla lunga un prezzo che si rivelerà fonte di squilibrio strutturale. Per un verso, la crescita economica viene infatti sospinta dalla lievitazione della spesa pubblica (per via dell’enorme aumento della spesa militare) e dall’afflusso di capitali esteri, attirati anche dalla montante speculazione finanziaria. Per altro verso, l’aumento delle importazioni si coniuga con il calo degli investimenti interni e con un processo di deindustrializzazione, incentivato dalle delocalizzazioni di imprese alla ricerca oltre confine del più basso costo del lavoro. La vittoria sul lavoro – concretizzatasi nella deflazione salariale e nell’aumento della disoccupazione – e la costruzione di un modello di “economia globale di importazione fondata sul debito” indurrà, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, una progressiva caduta della produttività del lavoro e della competitività dell’industria americana. La tendenza al rallentamento e alla stagnazione non si arresterà più e sarà solo temporaneamente interrotta - alla fine degli anni ’90 - dalla bolla della cosiddetta New economy (anch’essa implosa con la crisi del 2000/2001).A completare il quadro occorre menzionare un altro importante elemento, rappresentato da quella che non solo Burgio ritiene una “mossa decisiva, nel passaggio storico che dà forma al modello reaganiano”: con l’instaurazione del Dollar standard, vengono infatti eliminati i drastici vincoli imposti al libero movimento dei capitali (quei vincoli che Keynes considerava il risultato più importante conseguito con gli accordi di Bretton Woods). La totale discrezionalità concessa ai capitali nella ricerca del massimo rendimento dentro e fuori i confini nazionali e le successive misure di deregolazione dei mercati finanziari (la cosiddetta deregulation) vanno a costituire le basi della progressiva finanziarizzazione dell’economia, il brodo di coltura in cui prolifereranno quei “paradisi fiscali” e quei prodotti speculativi ad alto rischio di cui tanto si parla ai nostri giorni. La trattazione offre la giusta profondità storica per vedere che anche questi, lungi dall’essere le malattie passeggere di un corpo sostanzialmente sano, sono al contrario esiti da ascrivere strutturalmente alle “magnifiche sorti e progressive” della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica. - Una posizione altrettanto centrale è occupata, nel testo di Burgio, dalle mutazioni “istituzionali” che presiedono a tale processo involutivo: ad essere affrontata di petto è né più né meno che la delicata questione del deperimento della democrazia. Il tema è ad esempio introdotto attraverso la citazione di un limpido brano di Noam Chomsky: “La liberalizzazione finanziaria è un’arma molto potente contro la democrazia. Il libero movimento dei capitali crea un parlamento virtuale di investitori e prestatori che analizzano i programmi dei governi e votano contro se li ritengono irrazionali, cioè se fanno gli interessi degli elettori invece che quelli di una forte concentrazione di potere privato”. Le grandi imprese multinazionali, i fondi di investimento, le grandi concentrazioni bancarie – entità depositarie di una forza economica esorbitante e persino superiore a quella di alcuni stati nazionali – si affermano come veri e propri “sovrani privati”, costituendo nuove concentrazioni di potere oligarchico. I singoli stati entrano nel sistema gerarchizzato dell’economia mondiale: “nel quale Stati e capitali forti esercitano un potere di controllo nei confronti degli Stati nazionali più deboli”. Smentendo una tesi molto di moda fino a qualche tempo fa (si veda Impero di Tony Negri), l’autorità statuale non scompare affatto. Ma cambia natura: abdicando alla sua funzione sociale e piegandosi agli interessi del big business. E’ la privatizzazione del potere pubblico, non la sua estinzione. In un tale contesto si rafforza l’assunto ideologico secondo cui - sempre e comunque - “privato” equivale ad efficienza e “pubblico” è sinonimo di spreco: tutto congiura in vista di una generale mercatizzazione della società. Quanto detto sgombra il campo da un significativo equivoco. Non è vero che l’epopea neoliberista, il “libero mercato” si sono affermati ai danni dello stato. E’ vero il contrario. I suddetti processi hanno infatti comportato una sempre più stretta commistione di potere economico e potere politico (non a caso i Ministri dell’Economia provengono ormai in prevalenza dall’ambito finanziario), come concreta espressione di una sempre più accentuata divaricazione tra sistema capitalistico e democrazia. Lungi dal ritrarsi, le autorità statuali e sovrastatuali (repubblicani e democratici, centro-destra e centro-sinistra) hanno attivamente agito, adeguandosi alle opinioni del “mercato”, determinando la centralità dei mercati finanziari e svuotando di contenuti progressivi le politiche economiche (statuali e sovrastatuali), rigorosamente circoscritte a politiche monetarie e di bilancio (vedi ad esempio l’ossessivo ossequio ai parametri di Maastricht). Ecco perché dire “intervento pubblico” o “intervento statale” non è di per sé dire “qualcosa di sinistra”: lo sapeva perfettamente Gramsci – puntualmente citato da Burgio – secondo il quale l’intervento statale è “una condizione preliminare di ogni attività economica collettiva”. Nello specifico capitalistico, l’intervento dello stato crea le premesse “politico-giuridiche” dell’estrazione di plusvalore e – aggiunge Burgio citando Marx – si manifesta come “coazione extraeconomica” attraverso l’impiego della “violenza legale”.- Finora, di questa assai preoccupante ricostruzione, abbiamo omesso un versante essenziale: in tutta questa storia, che fine ha fatto la sinistra? Ovviamente il tema è ben presente nel testo, che anzi potrebbe esser riletto come un inflessibile atto d’accusa nei confronti del “cedimento” verticale della sinistra. L’interrogativo è talmente pregnante che se l’è posto persino una fonte non certo sospettabile di simpatie comuniste quale il Financial Times: “La caratteristica più notevole dell’era della disuguaglianza e del libero mercato iniziata negli anni Ottanta consiste nel fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. D’altra parte, viviamo in tempi nei quali persino il governatore della banca d’Italia (cioè a dire il guardiano dell’inflazione) lamenta il fatto che i salari dei lavoratori sono troppo bassi! Come si spiega, insomma, che “questa guerra contro il lavoro e la democrazia ha potuto essere condotta (e vinta) senza difficoltà: senza incontrare grande resistenza, senza suscitare aspri conflitti (…) e con il sostegno di tanti lavoratori dipendenti?”. Una parte della risposta Burgio la rinviene, da un lato, nell’opera sistematica e pervasiva dei mezzi di informazione, per lo più monopolizzati dal potere economico e politico, e dalla loro capacità di plasmare le opinioni in una società frammentata e massificata; d’altro lato, la individua nello stesso “potere seduttivo della merce e del mercato”, nell’imporsi cioè di stili di vita e modelli individualistici che innalzano ad unico metro di valore il successo nella competizione sociale, il consumo effimero, la ricchezza. In una parola, le classi dominanti vincono la loro battaglia sul terreno dell’egemonia ideologica. Ma, appunto, questa è solo una parte della risposta: Burgio aggiunge altre due essenziali specificazioni. La prima riguarda gli Stati Uniti. Qui, accanto ai fattori ideologici, ha operato un dispositivo materiale di “inclusione sociale”: nonostante il crescere delle disuguaglianze, le politiche neoliberiste (di Clinton prima, di Bush poi) hanno nel contempo facilitato l’accesso al credito (e all’indebitamento) da parte delle famiglie medio-borghesi ed anche operaie, garantendosi il consenso di un nuovo blocco sociale. Com’è noto, la scelta dell’indebitamento privatosi è rivelata la causa prossima dei successivi disastri (leggi: subprimes). Tuttavia, essa ha per tutta una fase consentito di produrre un vero e proprio processo egemonico. Per l’Europa (e l’Italia, in particolare) il discorso è diverso. Il vecchio continente ha distribuito soltanto “lacrime e sangue”. Per questo, Burgio giudica inapplicabile al contesto europeo la nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”: la quale implica una reale capacità di “direzione dall’alto” e una parziale soddisfazione delle istanze delle classi subalterne. Ad esser chiamato eminentemente in causa è qui il colpevole “trasformismo” dei gruppi dirigenti della sinistra (“politica e sindacale”): fattore decisivo è la sua “regressione moderata”. Al cuore di tale drammatico ripiegamento sta lo sfondamento operato a sinistra dall’ideologia dominante - profilatosi già a partire dagli anni Ottanta e conclamato all’indomani dell’implosione del “socialismo reale” – con l’adesione alle mitologie della “libera concorrenza”, l’ “abbandono della prospettiva di classe” e l’assunzione del “capitalismo (…) come orizzonte non trascendibile”. Significativa, in proposito, la lapidaria durezza di un editorialista quale Mario Pirani: “La classe operaia non è in paradiso. E’ stata solo dimenticata dagli smarriti eredi di quelli che un tempo simbolicamente si fregiavano della falce e martello e ha finito per rivolgersi per delusione, rabbia e umiliazione alla destra più o meno populista (…). Rifletta chi ancora ne è capace”.- Tutto questo appartiene allo sfondo storico della crisi attuale: una crisi “strutturale” cui il libro dedica gli ultimi capitoli ma che noi evitiamo in questa sede di analizzare in dettaglio, lasciando spazio alla curiosità dei lettori. Concludiamo la nostra ricognizione testuale, soffermandoci piuttosto sulle prospettive che la crisi medesima può aprire. La tesi di Burgio è molto netta ed è destinata a deludere quanti ritengano (dimenticando tra l’altro le lezioni del secolo scorso) che la pesantezza e il carattere sistemico della crisi possano automaticamente sconfessare, delegittimare le classi dirigenti che di essa sono responsabili. All’opposto, Burgio ritiene che un’uscita a destra dalla crisi resti pericolosamente nel novero delle possibilità: “Il punto è che, nonostante la crisi, l’oligarchia finanziaria non ha perso un palmo del proprio potere e pretende che a pagare la crisi siano solo le classi lavoratrici”. I trasferimenti a fondo perduto di somme gigantesche dai bilanci pubblici alle casse delle banche hanno “poco a che vedere con la disoccupazione dilagante, la povertà, il crollo della domanda e della produzione. Cioè con le conseguenze sociali della crisi”. Tali eccezionali esborsi avranno tra l’altro, come inevitabile conseguenza, l’impennarsi dei debiti pubblici, che “peserà sulla massa dei contribuenti sia per l’incremento della pressione fiscale, sia per effetto dell’inflazione conseguente all’aumento della massa monetaria, sia attraverso un’ulteriore deflazione dei bilanci pubblici (mediante massicci tagli della spesa sociale)”.E’ vero che, nel contesto della crisi, sono necessariamente cambiate le strategie dell’establishment: l’intervento pubblico, anche nella forma estrema della nazionalizzazione, come d’incanto non rappresenta più un tabù nemmeno per il personale politico a suo tempo implicato nelle politiche neoliberiste. Tuttavia, ancora una volta, nazionalizzare non è di per sé penalizzante per il capitale: “Se l’ingresso dello Stato nel capitale di una società quotata si risolve di fatto in una delega in bianco (in questo caso il presupposto è che le società ‘non possono fallire’, per cui le loro perdite ricadono sulla fiscalità generale), non è più possibile distinguere tra capitale pubblico e capitale privato. Siccome questa confusione si compie in un contesto segnato dal netto prevalere degli interessi e dei poteri privati, essa si risolve nella privatizzazione del patrimonio collettivo”. Non a caso, riferendosi alla mega-nazionalizzazione di Aig decisa dall’attuale segretario al Tesoro Usa Tim Geithner, l’economista Nouriel Rubini ha parlato di un emblematico esempio di “socialismo per i ricchi e per Wall Street”. In fondo - annota Burgio – è quel che dice Marx su ciò che resta davvero pubblico in regime capitalistico: “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico”. Ma allora, se non è di per sé il “ritorno dello stato”, qual è il punto dirimente di tutta questa vicenda? Risposta: come sempre, la posta è ciò che si vuol porre alla base del nuovo modello sociale, “l’obiettivo finale è l’assoluta subordinazione del lavoro dipendente”. Potremmo dire che tutto il libro di Burgio ruota attorno a questo punto. E’ qui, su questa “contraddizione principale”, che si gioca la partita decisiva. Su questo, il potere capitalistico non deflette e non accetta mediazioni. Anzi, prova ad imporre un “salto di qualità”: un nuovo regime neo-corporativo, spinto da una vera e propria “rivoluzione conservatrice”. Il paradosso è che a parole tutti vogliono rilanciare la domanda ma, nei fatti, nessuno intende concretamente risalire l’abisso della deflazione salariale: “Non è una svista – precisa il testo – è una contraddizione reale (…). Il capitale si trova a dover scegliere tra la crisi da sovrapproduzione (da deficit di domanda) e la crisi sociale (da piena occupazione e alti salari) e sceglie il male minore”, cioè la prima, quella che non mette in discussione il potere capitalistico. Questo sta avvenendo in Europa. Obama è un capitolo a parte, che - per la verità - il libro sfiora soltanto: in ogni caso, quel tanto che basta per non alimentare eccessivi ottimismi. Ma la partita è aperta e la crisi globale ha riaperto i giochi. I difensori dell’assetto sociale vigente e del suo modo di produzione sono in campo e giocano senza esclusione di colpi: occorre vedere chi c’è sul fronte opposto. Nel mondo, da tempo vanno profilandosi nuovi e potenti giocatori, outsider globali che insidiano le tradizionali città fortificate del capitale. In Italia, non tutti si rassegnano al mesto sfiorire di una sinistra di classe: ad essi consigliamo vivamente la lettura di questo libro.
Per informazioniA proposito del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia - un'analisi della crisi"
“Piuttosto che azzardare previsioni, in questo caso è importante riconoscere i dati di fatto”. Alberto Burgio invita a osservare questo principio cautelativo nel capitolo conclusivo del suo recente Senza democrazia. Un’analisi della crisi (Derive Approdi, Roma 2009) e lo fa riferendosi ad una questione specifica: l’esito del “passaggio di fase” prodotto dalla crisi in atto (segnatamente in relazione al ruolo degli Usa, che oggi appare indebolito dalla crisi stessa e insidiato da nuove ed emergenti potenze globali). Su tale questione torneremo tra poco. Qui interessa annotare – come primo approccio al testo suddetto – che tale propensione per una descrizione empiricamente documentata pervade in realtà tutta la trattazione, la quale si presenta appunto minuziosamente supportata dalla rilevazione di “dati di fatto”. Tra questi, sono ovviamente preponderanti i dati economici. Ma attenzione, non si tratta di un libro di economia (né, com’è noto, chi lo ha scritto fa di mestiere l’economista). Direi che è – né più né meno – un libro di storia assai istruttivo, da far leggere per far capire il nostro tempo: precisamente, lo sfondo storico dell’attuale crisi. Tuttavia, per andare al cuore dell’ispirazione, va anche detto che si tratta di un libro scritto da un intellettuale comunista, per il quale non a caso continua ad avere un’importanza cruciale l’indagine della totalità sociale capitalistica e delle sue strutturali contraddizioni. E’ qui che troviamo la chiave di lettura dei dati. In effetti, Burgio completa la sua opera nel vivo della crisi (la data di edizione è aprile 2009), quando l’altalena delle notizie e delle previsioni è in frenetico movimento: difficile, per chi scrive in queste condizioni, a ridosso di un evento in pieno svolgimento, chiudere il cerchio dei ragionamenti. Se questo testo vi riesce, è perché colloca l’analisi alla giusta profondità, dilatando l’apertura del tempo storico e interpretando questa crisi come un evento che arriva da lontano, prodotto dalle tendenze di fondo della società capitalistica. La crisi in cui siamo a tutt’oggi immersi, insomma, non nasce come un fungo, a seguito di qualche errore (seppur significativo) di politica economica o perché nei luoghi che contano sono saltate alcune regole di comportamento virtuoso. Né dunque, per contenerla e scongiurare il suo riprodursi, basta semplicemente ripristinare un codice etico capace di tenere a bada l’avidità (greed) degli operatori economici. Come è specificato sin dalle prime pagine del libro, essa affonda le sue radici nel “secolo lungo”, nella pancia di un ‘900 che non è un “secolo breve”: che dunque non inizia nel 1915/18, con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre, per finire col biennio 1989/91 e con la caduta del Muro di Berlino (secondo una fortunata formula, che peraltro è stata successivamente corretta dal suo stesso autore, Eric J. E. Hobsbawm). Sarebbe infatti impossibile dar conto di quella prima guerra mondiale, prescindendo dalle sue cause: “(…) i conflitti interimperialistici divampati negli ultimi trent’anni dell’Ottocento e la Grande Depressione che si intrecciò a essi tra il 1873 e il ‘96”; cause che “restano operanti anche nel dopoguerra, conducendo alla Grande crisi degli anni Trenta e al secondo conflitto mondiale”. Sarebbe parimenti inconcepibile pretendere di cogliere il significato degli avvenimenti prodottisi tra il 1989 e il 1991, astraendo dai loro effetti: “l’unificazione mondiale dei mercati”, con “l’irruzione del gigantesco esercito industriale di riserva dei Paesi in via di sviluppo”, “l’unificazione monetaria europea” e, soprattutto, “lo sfondamento capitalistico sul terreno dei rapporti di lavoro”. La descrizione dei fatti e le connesse periodizzazioni rimarrebbero appese al vuoto se non seguissero il filo della lotta di classe e dei rapporti di forza tra le classi, se non individuassero in quel decisivo snodo epocale l’estinguersi della “grande paura del comunismo” e il conseguente scatenarsi della “furiosa reazione” del capitale. E’ qui che il modo di produzione vigente viene modellando un nuovo assetto sociale: la trasformazione della società in un “grande mercato dominato dalle multinazionali” e la costruzione di “una vera società di massa, nella quale le élites comandano a proprio talento”.- In questo largo contesto storico vanno rintracciate, più specificatamente, le linee di tendenza che conducono alla crisi odierna: ed è lungo l’asse di una tale ricerca che Burgio indica gli anni Settanta come un decennio di importanza essenziale: “La realtà odierna nasce negli anni Settanta”. Già in quegli anni, infatti, spinto dall’emergere delle contraddizioni strutturali che avevano capovolto la tendenza progressiva della fase “aurea” postbellica, l’establishment dell’Occidente capitalistico - a partire dal suo centro propulsore, gli Stati Uniti - preparava la svolta e poneva le premesse della sua rivincita. Dopo il 1945, sulle macerie della secondo conflitto mondiale, il capitalismo aveva costruito la sua ripresa: un’ “età dell’oro” durata trent’anni, fino agli anni ’70. Attorno alla produzione fordista e sulla base del compromesso stabilito tra big business, big government e big unions, erano cresciute occupazione e spesa pubblica, i redditi da lavoro avevano conquistato quote di Pil (questo stesso in consistente crescita), seguendo la scia dell’aumento della produttività. L’emancipazione sul piano della democrazia e dei diritti sociali e civili aveva accompagnato in un sincronico processo ascendente la redistribuzione di reddito attuata dalle politiche keynesiane e lo sviluppo del welfare universalistico. Non va omesso il fatto che tutto ciò avveniva su uno scenario internazionale condizionato dalla presenza dell’Unione Sovietica: “A dispetto di tutti i suoi limiti” - annota Burgio - quest’ultima “costituì per circa settant’anni (…) una sfida e un riferimento fondamentale, non soltanto per la sinistra intellettuale, politica e sindacale di tutto il mondo, ma anche per i governi e le classi dirigenti dei Paesi capitalistici”, oltre che “la dimostrazione della concreta possibilità della transizione a un’altra forma sociale”. Per chi avesse scambiato la realtà strutturalmente contraddittoria della produzione capitalistica con il sogno illuministico di un lineare e indefinito progresso umano, gli anni ’70 hanno certamente costituito un brusco risveglio. Già a metà degli anni ’60, si manifestano le prime avvisaglie di crisi con “la progressiva saturazione dei mercati di beni di consumo”. Nel 1964 l’economia statunitense entra in recessione. La guerra del Vietnam assicura una tenuta nell’utilizzo degli impianti industriali ma, allo stesso tempo, costringe a enormi finanziamenti e ad una massiccia iniezione di liquidità: l’inflazione si impenna, portando fatalmente alla svalutazione della moneta Usa. Così, quando i detentori di grandi quantità di dollari cominciano a chiederne la conversione in oro, il Gold exchange standard – il sistema monetario inaugurato a Bretton Woods, che sino a quel momento aveva appunto ancorato all’oro il regime dei cambi – entra in crisi. Nell’estate del ’71 si produce “un evento di portata storica”: il presidente Nixon decide unilateralmente la fine della convertibilità aurea del dollaro (che viene dunque svincolato da ogni riferimento alle riserve auree della Banca centrale americana) e il passaggio al cosiddetto Dollar standard, sistema nel quale il dollaro diviene “moneta di riferimento internazionale su base assolutamente fiduciaria”. Nell’economia si esprime qui tutta l’arbitrarietà del potere politico e militare della grande potenza americana (tra gli altri, Burgio cita in proposito l’ex governatore della Banca d’Italia, Guido Carli: “Il potere del dollaro si è manifestato nella sua natura puramente egemonica”). Gli Stati Uniti acquisiscono infatti un grande privilegio: quello di ottenere dall’estero ricchezza (merci e capitali) in cambio di una moneta di cui possono stampare a propria discrezione quantità illimitate.- Ma la medaglia ha un rovescio negativo che farà sentire a lunga scadenza i suoi pesanti effetti: “Il riferimento all’oro poneva un limite all’espansione dell’indebitamento reale degli Stati Uniti”. Ora questo limite salta: “la possibilità di creare liberamente moneta e di aumentare a dismisura il volume delle importazioni sottrae stimoli alla produzione”. E l’economia Usa si trasforma progressivamente in “un’economia basata prevalentemente sulla rendita (finanziaria), sul consumo e sul debito”. Nella seconda metà degli anni ’70, la crescita e gli investimenti segnano il passo, la base industriale statunitense si riduce; per converso, cominciano ad aumentare esponenzialmente il debito estero e il deficit pubblico.In una società capitalistica, quando sono minacciati i margini di profitto, la contromisura sistematicamente adottata è l’attacco al salario. Non è un caso quindi che, nel contesto suddetto, prenda corpo una poderosa offensiva contro il mondo del lavoro. Opportunamente, il libro focalizza l’attenzione su di un episodio emblematico, un convegno sulla “crisi della democrazia” del 1975, promosso dalla Trilateral, una commissione che “da due anni riunisce esponenti del Gotha politico-finanziario di Stati Uniti, Europa e Giappone”. La responsabilità della crisi è individuata, oltre che nella debolezza del dollaro, nell’inflazione, nei disavanzi pubblici, nell’esorbitante pressione dei sindacati. La ricetta raccomandata è la decisa applicazione degli orientamenti monetaristi di Milton Friedman e della scuola di Chicago: taglio dei salari e precarizzazione del lavoro, riduzione della spesa sociale, privatizzazioni e privilegi fiscali per il capitale”. Questo sarà d’ora in avanti lo “spirito dei tempi”.Negli anni ’80, Reagan e la sua reaganomics negli Usa, la signora Thatcher in Inghilterra incarneranno al meglio tali orientamenti. Il modello reaganiano, consentirà di mantenere i margini di profitto e conservare agli Usa il ruolo di motore mondiale dello sviluppo: ma, anche qui, pagando alla lunga un prezzo che si rivelerà fonte di squilibrio strutturale. Per un verso, la crescita economica viene infatti sospinta dalla lievitazione della spesa pubblica (per via dell’enorme aumento della spesa militare) e dall’afflusso di capitali esteri, attirati anche dalla montante speculazione finanziaria. Per altro verso, l’aumento delle importazioni si coniuga con il calo degli investimenti interni e con un processo di deindustrializzazione, incentivato dalle delocalizzazioni di imprese alla ricerca oltre confine del più basso costo del lavoro. La vittoria sul lavoro – concretizzatasi nella deflazione salariale e nell’aumento della disoccupazione – e la costruzione di un modello di “economia globale di importazione fondata sul debito” indurrà, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, una progressiva caduta della produttività del lavoro e della competitività dell’industria americana. La tendenza al rallentamento e alla stagnazione non si arresterà più e sarà solo temporaneamente interrotta - alla fine degli anni ’90 - dalla bolla della cosiddetta New economy (anch’essa implosa con la crisi del 2000/2001).A completare il quadro occorre menzionare un altro importante elemento, rappresentato da quella che non solo Burgio ritiene una “mossa decisiva, nel passaggio storico che dà forma al modello reaganiano”: con l’instaurazione del Dollar standard, vengono infatti eliminati i drastici vincoli imposti al libero movimento dei capitali (quei vincoli che Keynes considerava il risultato più importante conseguito con gli accordi di Bretton Woods). La totale discrezionalità concessa ai capitali nella ricerca del massimo rendimento dentro e fuori i confini nazionali e le successive misure di deregolazione dei mercati finanziari (la cosiddetta deregulation) vanno a costituire le basi della progressiva finanziarizzazione dell’economia, il brodo di coltura in cui prolifereranno quei “paradisi fiscali” e quei prodotti speculativi ad alto rischio di cui tanto si parla ai nostri giorni. La trattazione offre la giusta profondità storica per vedere che anche questi, lungi dall’essere le malattie passeggere di un corpo sostanzialmente sano, sono al contrario esiti da ascrivere strutturalmente alle “magnifiche sorti e progressive” della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica. - Una posizione altrettanto centrale è occupata, nel testo di Burgio, dalle mutazioni “istituzionali” che presiedono a tale processo involutivo: ad essere affrontata di petto è né più né meno che la delicata questione del deperimento della democrazia. Il tema è ad esempio introdotto attraverso la citazione di un limpido brano di Noam Chomsky: “La liberalizzazione finanziaria è un’arma molto potente contro la democrazia. Il libero movimento dei capitali crea un parlamento virtuale di investitori e prestatori che analizzano i programmi dei governi e votano contro se li ritengono irrazionali, cioè se fanno gli interessi degli elettori invece che quelli di una forte concentrazione di potere privato”. Le grandi imprese multinazionali, i fondi di investimento, le grandi concentrazioni bancarie – entità depositarie di una forza economica esorbitante e persino superiore a quella di alcuni stati nazionali – si affermano come veri e propri “sovrani privati”, costituendo nuove concentrazioni di potere oligarchico. I singoli stati entrano nel sistema gerarchizzato dell’economia mondiale: “nel quale Stati e capitali forti esercitano un potere di controllo nei confronti degli Stati nazionali più deboli”. Smentendo una tesi molto di moda fino a qualche tempo fa (si veda Impero di Tony Negri), l’autorità statuale non scompare affatto. Ma cambia natura: abdicando alla sua funzione sociale e piegandosi agli interessi del big business. E’ la privatizzazione del potere pubblico, non la sua estinzione. In un tale contesto si rafforza l’assunto ideologico secondo cui - sempre e comunque - “privato” equivale ad efficienza e “pubblico” è sinonimo di spreco: tutto congiura in vista di una generale mercatizzazione della società. Quanto detto sgombra il campo da un significativo equivoco. Non è vero che l’epopea neoliberista, il “libero mercato” si sono affermati ai danni dello stato. E’ vero il contrario. I suddetti processi hanno infatti comportato una sempre più stretta commistione di potere economico e potere politico (non a caso i Ministri dell’Economia provengono ormai in prevalenza dall’ambito finanziario), come concreta espressione di una sempre più accentuata divaricazione tra sistema capitalistico e democrazia. Lungi dal ritrarsi, le autorità statuali e sovrastatuali (repubblicani e democratici, centro-destra e centro-sinistra) hanno attivamente agito, adeguandosi alle opinioni del “mercato”, determinando la centralità dei mercati finanziari e svuotando di contenuti progressivi le politiche economiche (statuali e sovrastatuali), rigorosamente circoscritte a politiche monetarie e di bilancio (vedi ad esempio l’ossessivo ossequio ai parametri di Maastricht). Ecco perché dire “intervento pubblico” o “intervento statale” non è di per sé dire “qualcosa di sinistra”: lo sapeva perfettamente Gramsci – puntualmente citato da Burgio – secondo il quale l’intervento statale è “una condizione preliminare di ogni attività economica collettiva”. Nello specifico capitalistico, l’intervento dello stato crea le premesse “politico-giuridiche” dell’estrazione di plusvalore e – aggiunge Burgio citando Marx – si manifesta come “coazione extraeconomica” attraverso l’impiego della “violenza legale”.- Finora, di questa assai preoccupante ricostruzione, abbiamo omesso un versante essenziale: in tutta questa storia, che fine ha fatto la sinistra? Ovviamente il tema è ben presente nel testo, che anzi potrebbe esser riletto come un inflessibile atto d’accusa nei confronti del “cedimento” verticale della sinistra. L’interrogativo è talmente pregnante che se l’è posto persino una fonte non certo sospettabile di simpatie comuniste quale il Financial Times: “La caratteristica più notevole dell’era della disuguaglianza e del libero mercato iniziata negli anni Ottanta consiste nel fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. D’altra parte, viviamo in tempi nei quali persino il governatore della banca d’Italia (cioè a dire il guardiano dell’inflazione) lamenta il fatto che i salari dei lavoratori sono troppo bassi! Come si spiega, insomma, che “questa guerra contro il lavoro e la democrazia ha potuto essere condotta (e vinta) senza difficoltà: senza incontrare grande resistenza, senza suscitare aspri conflitti (…) e con il sostegno di tanti lavoratori dipendenti?”. Una parte della risposta Burgio la rinviene, da un lato, nell’opera sistematica e pervasiva dei mezzi di informazione, per lo più monopolizzati dal potere economico e politico, e dalla loro capacità di plasmare le opinioni in una società frammentata e massificata; d’altro lato, la individua nello stesso “potere seduttivo della merce e del mercato”, nell’imporsi cioè di stili di vita e modelli individualistici che innalzano ad unico metro di valore il successo nella competizione sociale, il consumo effimero, la ricchezza. In una parola, le classi dominanti vincono la loro battaglia sul terreno dell’egemonia ideologica. Ma, appunto, questa è solo una parte della risposta: Burgio aggiunge altre due essenziali specificazioni. La prima riguarda gli Stati Uniti. Qui, accanto ai fattori ideologici, ha operato un dispositivo materiale di “inclusione sociale”: nonostante il crescere delle disuguaglianze, le politiche neoliberiste (di Clinton prima, di Bush poi) hanno nel contempo facilitato l’accesso al credito (e all’indebitamento) da parte delle famiglie medio-borghesi ed anche operaie, garantendosi il consenso di un nuovo blocco sociale. Com’è noto, la scelta dell’indebitamento privatosi è rivelata la causa prossima dei successivi disastri (leggi: subprimes). Tuttavia, essa ha per tutta una fase consentito di produrre un vero e proprio processo egemonico. Per l’Europa (e l’Italia, in particolare) il discorso è diverso. Il vecchio continente ha distribuito soltanto “lacrime e sangue”. Per questo, Burgio giudica inapplicabile al contesto europeo la nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”: la quale implica una reale capacità di “direzione dall’alto” e una parziale soddisfazione delle istanze delle classi subalterne. Ad esser chiamato eminentemente in causa è qui il colpevole “trasformismo” dei gruppi dirigenti della sinistra (“politica e sindacale”): fattore decisivo è la sua “regressione moderata”. Al cuore di tale drammatico ripiegamento sta lo sfondamento operato a sinistra dall’ideologia dominante - profilatosi già a partire dagli anni Ottanta e conclamato all’indomani dell’implosione del “socialismo reale” – con l’adesione alle mitologie della “libera concorrenza”, l’ “abbandono della prospettiva di classe” e l’assunzione del “capitalismo (…) come orizzonte non trascendibile”. Significativa, in proposito, la lapidaria durezza di un editorialista quale Mario Pirani: “La classe operaia non è in paradiso. E’ stata solo dimenticata dagli smarriti eredi di quelli che un tempo simbolicamente si fregiavano della falce e martello e ha finito per rivolgersi per delusione, rabbia e umiliazione alla destra più o meno populista (…). Rifletta chi ancora ne è capace”.- Tutto questo appartiene allo sfondo storico della crisi attuale: una crisi “strutturale” cui il libro dedica gli ultimi capitoli ma che noi evitiamo in questa sede di analizzare in dettaglio, lasciando spazio alla curiosità dei lettori. Concludiamo la nostra ricognizione testuale, soffermandoci piuttosto sulle prospettive che la crisi medesima può aprire. La tesi di Burgio è molto netta ed è destinata a deludere quanti ritengano (dimenticando tra l’altro le lezioni del secolo scorso) che la pesantezza e il carattere sistemico della crisi possano automaticamente sconfessare, delegittimare le classi dirigenti che di essa sono responsabili. All’opposto, Burgio ritiene che un’uscita a destra dalla crisi resti pericolosamente nel novero delle possibilità: “Il punto è che, nonostante la crisi, l’oligarchia finanziaria non ha perso un palmo del proprio potere e pretende che a pagare la crisi siano solo le classi lavoratrici”. I trasferimenti a fondo perduto di somme gigantesche dai bilanci pubblici alle casse delle banche hanno “poco a che vedere con la disoccupazione dilagante, la povertà, il crollo della domanda e della produzione. Cioè con le conseguenze sociali della crisi”. Tali eccezionali esborsi avranno tra l’altro, come inevitabile conseguenza, l’impennarsi dei debiti pubblici, che “peserà sulla massa dei contribuenti sia per l’incremento della pressione fiscale, sia per effetto dell’inflazione conseguente all’aumento della massa monetaria, sia attraverso un’ulteriore deflazione dei bilanci pubblici (mediante massicci tagli della spesa sociale)”.E’ vero che, nel contesto della crisi, sono necessariamente cambiate le strategie dell’establishment: l’intervento pubblico, anche nella forma estrema della nazionalizzazione, come d’incanto non rappresenta più un tabù nemmeno per il personale politico a suo tempo implicato nelle politiche neoliberiste. Tuttavia, ancora una volta, nazionalizzare non è di per sé penalizzante per il capitale: “Se l’ingresso dello Stato nel capitale di una società quotata si risolve di fatto in una delega in bianco (in questo caso il presupposto è che le società ‘non possono fallire’, per cui le loro perdite ricadono sulla fiscalità generale), non è più possibile distinguere tra capitale pubblico e capitale privato. Siccome questa confusione si compie in un contesto segnato dal netto prevalere degli interessi e dei poteri privati, essa si risolve nella privatizzazione del patrimonio collettivo”. Non a caso, riferendosi alla mega-nazionalizzazione di Aig decisa dall’attuale segretario al Tesoro Usa Tim Geithner, l’economista Nouriel Rubini ha parlato di un emblematico esempio di “socialismo per i ricchi e per Wall Street”. In fondo - annota Burgio – è quel che dice Marx su ciò che resta davvero pubblico in regime capitalistico: “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico”. Ma allora, se non è di per sé il “ritorno dello stato”, qual è il punto dirimente di tutta questa vicenda? Risposta: come sempre, la posta è ciò che si vuol porre alla base del nuovo modello sociale, “l’obiettivo finale è l’assoluta subordinazione del lavoro dipendente”. Potremmo dire che tutto il libro di Burgio ruota attorno a questo punto. E’ qui, su questa “contraddizione principale”, che si gioca la partita decisiva. Su questo, il potere capitalistico non deflette e non accetta mediazioni. Anzi, prova ad imporre un “salto di qualità”: un nuovo regime neo-corporativo, spinto da una vera e propria “rivoluzione conservatrice”. Il paradosso è che a parole tutti vogliono rilanciare la domanda ma, nei fatti, nessuno intende concretamente risalire l’abisso della deflazione salariale: “Non è una svista – precisa il testo – è una contraddizione reale (…). Il capitale si trova a dover scegliere tra la crisi da sovrapproduzione (da deficit di domanda) e la crisi sociale (da piena occupazione e alti salari) e sceglie il male minore”, cioè la prima, quella che non mette in discussione il potere capitalistico. Questo sta avvenendo in Europa. Obama è un capitolo a parte, che - per la verità - il libro sfiora soltanto: in ogni caso, quel tanto che basta per non alimentare eccessivi ottimismi. Ma la partita è aperta e la crisi globale ha riaperto i giochi. I difensori dell’assetto sociale vigente e del suo modo di produzione sono in campo e giocano senza esclusione di colpi: occorre vedere chi c’è sul fronte opposto. Nel mondo, da tempo vanno profilandosi nuovi e potenti giocatori, outsider globali che insidiano le tradizionali città fortificate del capitale.

piero

lunedì

Con il patrocinio del Comune di Aosta,
Liasion editrice e la Libreria Aubert vi invitano
alla presentazione del libro
"Aosta città necessaria"
di Daniele Gorret ed Enrico Martinet - Liaison editrice Courmayeur

Aosta, 30 settembre 2009, ore 18
Saletta Hôtels des Etats (Piazza Chanoux)

Letture di Paola Corti
Intervengono gli autori


"Aosta città necessaria" è la felice definizione del pittore e scrittore Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico, che visita Aosta alla fine degli anni Quaranta e dedica al capoluogo aostano una serie di articoli pubblicati sul "Corriere della Sera" e sul "Corriere dell´Informazione." Per il cosmopilita Savinio, nato ad Atene e vissuto a Parigi, Aosta è necessaria non solo perché avrebbe voluto viverci ma in quanto situata idealmente al centro della Valle. Da questo spunto parte la riflessione di due dei più noti scrittori valdostani, Daniele Gorret ed Enrico Martinet, che attraverso percorsi nettamente distinti restituiscono la loro immagine di Aosta e spiegano come, nonostante i cambiamenti degli ultimi sessant´anni, continui a essere una città necessaria. Dopo "Vetan" di Lalla Romano, "Rhêmes" di Ernesto Ferrero, "Il Cervino è nudo" di Enrico Camanni, il libro "Aosta città necessaria" si inserisce nella collana "luoghi" valdostani intrapresa dalla casa editrice Liaison di Courmayeur per valorizzare le realtà locali. Liaison editrice ha ricevuto lo scorso aprile il prestigioso Premio ITAS di Trento per il libro "Memoria d'autunno. Al Piccolo San Bernardo con Rigoni Stern' di Hervé Gaymard.


Con il patrocinio del Comune di Aosta,
Liasion editrice e la Libreria Aubert vi invitano
alla presentazione del libro
"Aosta città necessaria"
di Daniele Gorret ed Enrico Martinet - Liaison editrice Courmayeur

Aosta, 30 settembre 2009, ore 18
Saletta Hôtels des Etats (Piazza Chanoux)

Letture di Paola Corti
Intervengono gli autori


"Aosta città necessaria" è la felice definizione del pittore e scrittore Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico, che visita Aosta alla fine degli anni Quaranta e dedica al capoluogo aostano una serie di articoli pubblicati sul "Corriere della Sera" e sul "Corriere dell´Informazione." Per il cosmopilita Savinio, nato ad Atene e vissuto a Parigi, Aosta è necessaria non solo perché avrebbe voluto viverci ma in quanto situata idealmente al centro della Valle. Da questo spunto parte la riflessione di due dei più noti scrittori valdostani, Daniele Gorret ed Enrico Martinet, che attraverso percorsi nettamente distinti restituiscono la loro immagine di Aosta e spiegano come, nonostante i cambiamenti degli ultimi sessant´anni, continui a essere una città necessaria. Dopo "Vetan" di Lalla Romano, "Rhêmes" di Ernesto Ferrero, "Il Cervino è nudo" di Enrico Camanni, il libro "Aosta città necessaria" si inserisce nella collana "luoghi" valdostani intrapresa dalla casa editrice Liaison di Courmayeur per valorizzare le realtà locali. Liaison editrice ha ricevuto lo scorso aprile il prestigioso Premio ITAS di Trento per il libro "Memoria d'autunno. Al Piccolo San Bernardo con Rigoni Stern' di Hervé Gaymard.

mercoledì

cinque libri a settimana

Taccuino minimo di buone letture, ovvero i libri che abbiamo letto e che segnaliamo.

Supplemento settimanale senza presunzione letteraria a La Pagina Aubertiana.

nove: settimana dal tre al dieci novembre


La folie Baudelaire di Roberto Calasso

La figura di Charles Baudelaire continua a generare una serie di studi di altissimo livello anche nella critica italiana. Dopo l'eccellente ritratto di Giuseppe Montesano, "Il ribelle in guanti rosa" (e il lavoro di Alessandro Piperno sul Baudelaire secondo Sartre) è l'Adelphiano per eccellenza, Roberto Calasso, a misurarsi con una delle figure più profonde e multiformi dell'intera letteratura ottocentesca. "La folie Baudelaire" è un articolato studio sul poeta, sul critico d'arte, sull'abitante di quella Parigi capitale del diciannovesimo secolo, secondo la nota affermazione di Walter Beniamin, baudeleriano fin da subito. "Un polittico letterario" unico (la definizione è di Gilles, ma in qualche modo Calasso non potrebbe che condividerla), l'ennesima prova di uno degli ultimi grandi talenti letterari novecenteschi.

Roberto Calasso è nato a Firenze nel 1941. Dopo il liceo classico si è laureato in letteratura inglese con Mario Praz con una tesi dal titolo I geroglifici di Sir Thomas Browne. A soli ventuno anni entra nella casa editrice Adelphi, introdotto da Bobi Bazlen, suo amico e maestro. Nel 1971 diventa direttore editoriale dell’Adelphi e nel 1990 ricopre la carica di consigliere delegato.


In Sardegna non c'è il mare di Marcello Fois

Tutte le terre sono imprigionate nei luoghi comuni. Tuttavia è la Sardegna, forse, che piu` di altre, rimanda ad immagini sterotipate. Da una parte le ville sulla Costa Smeralda, dall`altra un entroterra che è costituito da un mondo arcaico dedito alla pastorizia. In questo viaggio nella sua terra d`origine, Marcello Fois, percorre quindi sentieri nuovi, cercando di abbattere i luoghi comuni associati ad una terra, la Barbagia, "troppo spesso vittima della sua stessa epica". Ecco allora un ritratto invernale, dove il clima alpino, il freddo secco, la neve sembrano elementi di un quadro esotico. Eppure, come scrive Fois, "dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l'estate sostanzia il mare, l'inverno sostanzia i monti". Una nuova prospettiva sulla sarditudine da parte di un maestro del noir italiano.


Il venditore di passati di José Eduardo Agualusa

Félix Ventura si è scelto uno strano lavoro che, però, rende bene: è un genealogista, ma non ricostruisce il passato; lo inventa per vendere i suoi falsi a clienti disposti a pagarli profumatamente. Politici dal passato non propriamente immacolato, ex torturatori, petrolieri, trafficanti di diamanti e contrabbandieri venuti dal nulla - tutti, ormai certi di un futuro milionario - non resistono al richiamo del suo elegante biglietto da visita: "Assicuri ai suoi figli un passato migliore." Una sera, però, un misterioso straniero compra un'identità angolana e il passato irrompe bruscamente nel presente per saldare dei conti rimasti in sospeso. Con uno straordinario talento narrativo e un raro senso dell'umorismo, Agualusa scrive una sorta di satira feroce e divertente sulle manipolazioni della memoria e racconta la vita in stato di ebbrezza di un paese, l'Angola, in cui la fantasia ha da tempo superato la realtà.


Serbia Hardcore di Dusan Velickovic

"No, non l'ho mai conosciuto personalmente. Ci siamo stretti la mano e abbiamo scambiato alcune parole verso la fine degli anni Ottanta. A quel tempo ero un redattore della rubrica culturale del settimanale belgredese che assegna il piu' importante premio letterario in Serbia, mentre lui stava per arraffare tutto il potere sempre in Serbia".

 Cosi, verso la fine del suo bel "Serbia harcore", Dusan Velickovic presenta Slobodan Milosevic, l'uomo che piu' di tutti ha influito - funestamente - sul destino della Serbia e dei sui abitanti, per non dire delle vite di molti altri cittadini delle altre repubbliche della ex-Juogoslavia. Tante microstorie beffarde, fulminanti, compongono questo quasi romanzo sulla vita a cavallo del cambio di millennio: l'egemonia serba, la guerra con gli altri stati, i bombardamenti "intelligenti" dell'Alleanza Atalntica su Belgrado, gli omicidi eccellenti del regime. 

Giornalista, scrittore, editore e fil-maker, Dusan Velickovic e' una delle figure di spicco della vita culturale Serba.


Ricordando l'apocalisse di Kurt Vonnegut

Vonneguttiani di tutto il mondo gioite! A un anno e mezzo dalla morte (11 aprile 2007) ecco dodici perle introdotte dal figlio Mark, scrittore lui stesso. Ricordando l'apocalisse si apre con l'ultimo discorso di Vonnegut, ottantaquattrenne, a Indianapolis, sua città natale. Umorismo, satira contro guerra e religione, invettive taglienti contro la pena di morte, Marx e il capitalismo, fantascienza, razzismo, insomma tutti gli elementi che hanno sempre caratterizzato la poetica di uno degli scrittori americani più (giustamente) amati in Europa.


(a cura di Piero Valleise)

martedì


Carmelo Bene recita l'infinito di Leopardi.


domenica

cinque libri a settimana

Taccuino minimo di buone letture, ovvero i libri che abbiamo letto e che segnaliamo.

Supplemento settimanale senza presunzione letteraria a la Pagina Aubertiana.

otto: dal ventisette ottobre al due novembre


L'ultimo libro di Camilleri l'età del dubbio, Il classico ritrovato (o da ritrovare) Simenon con Maigret in corte d'assise, Il libro più importante di quest'estate l'età estrema di Luperini e poi ancora l'adultera di Giuseppe Conte, e l'ultima traduzione di uno dei più grandi scrittori in lingua tedesca: Robert Walser, il Brigante


l'età del dubbio di Camilleri

Eccoci, finalmente siamo in autunno, la stagione del riposo, della calma, della lentezza.

Rileggiamo i versi di De Pisis e riviviamo quella stanca semplice felicità: cadon le foglie gialle dei fichi / nel mio cuore si fa sera.

E soltanto in questa stagione ci sono libri che avranno quella dimensione così unica, lontana dal chiasso estivo, dalla retorica del best-seller e sapranno parlarci con verità magari la domenica sera sorseggiando un tè. 

Per questo proponiamo a tutti i lettori di riscoprire Camilleri, leggendo il suo ultimo libro che davvero non può che essere scritto da un grande autore italiano. Siamo nella Vigàta che abbiamo già imparato ad amare, e Montalbano ormai si sta avvicinando alla vecchiaia, ha cinquantotto anni e capita in andropausa. "L'età del dubbio" del titolo è dunque la vecchiaia che già inizia a pesare sul personaggio, e che lo rende davvero umano, lontano da quegli immutati stereotipi hollywoodiani. Tuttavia, anche se è invecchiato, ci sentiamo di trovare in quest'indagine, la più marina tra tutte quelle scritte da Camilleri, dei veri e proprio guizzi di giovinezza del pensiero, di lucidità intellettuale. Elementi anche polemici di intervento su questioni tanto dibattute (l'immigrazione clandestina in particolare).


Maigret in corte d'assise di Simenon

Un altro autore perfettamente autunnale e da riscoprire è Simenon. Quanti di noi magari hanno letto almeno una volta un'indagine di Maigret, magari anni fa. 

Eppure, lo abbiamo provato noi stessi in questi giorni, la rilettura di Maigret in corte d'assise è capace di stupire come la prima volta, di non farci staccare gli occhi dal libro fino alla soluzione dell'enigma, eppure di distenderci assieme alla Parigi, anch'essa perennemente autunnale, di Simenon. 

Naturalmente vogliamo rivolgere il discorso ancora con più passione a tutti quelli che magari non l'hanno mai letto, consigliando inoltre un'altra classica indagine di Maigret, la prima scritta dall'autore belga: "pietr il lettone", pubblicata anch'essa da Adelphi.


l'età estrema di Romano Luperini

Questo libro è stato probabilmente quello più importante di quest'estate, leggerlo o rileggerlo, perché no, proprio in autunno significa non solo non tradire il testo, ma capirlo fino in fondo. Perché l'età estrema è un libro sull'autunno della vita, sull'autunno dell'occidente, un racconto malinconico dal grandissimo valore letterario. 

In un certo senso quindi non può che saltare agli occhi l'assurda vicinanza con Camilleri: entrambi pubblicati dalla casa siciliana della Sellerio, entrambi vicini nel discorso su quell'età estrema che porta il dubbio (la vecchiaia), entrambi appassionati, ancora, nonostante tutto, alla vita. 

Romano Luperini è nato nel 1940, della sua prolifica attività di critico letterario vogliamo ricordare i suoi studi su Montale, la sua antologia per le scuole superiori di letteratura italiana e il suo bellissimo ritratto "il futuro di Fortini". La sua autobiografia letteraria "i salici sono piante acquatiche" è tra i libri più belli usciti negli ultimi dieci anni in Italia.


L’adultera di Giuseppe Conte

Riproponiamo questo libro per il compiacimento di averne intuito la profonda complessità e bellezza prima che fosse la stampa ad occuparsene. Aggiungiamo solo il riferimento alla recensione di Giovanni Tesio su Tutto libri de La stampa del 20 settembre che in qualche modo va letta.

Un uomo scrive di una donna, basterebbe questo per fare storcere il naso a molti, me compreso, eppure questo romanzo sconvolge per l’umanesimo e la narrazione che coglie impreparati. E’ la storia del piacere e dell’angoscia impossibili da dividere agiti da una donna, la Maddalena, dondolata come se il mare che ama l’avesse presa per sempre. La Maddalena vive come figura evangelica totalmente donna e femminile angosciata dalla sensazione di non provare colpa. A Roma, mentre traccia sulla sabbia con le dita quelle stesse lettere che aveva visto disegnare al Maestro sulla spianata del Tempio di Salomone, incontra il misterioso vecchio cui racconterà la sua segreta storia di donna.

Conte è nato a Imperia nel 1945, ha pubblicato molti lavori di critica e alcuni romanzi tra cui "Il terzo ufficiale", Premio Hemingway 2002.


il brigante di Robert Walser

Poche persone in Italia conoscono questo grandissimo autore dei primi anni del novecento. 

Eppure tra i suoi estimatori ci sono tra gli altri Fortini, Magris, Mittner, Benjamin, Musil, Mann, Kafka, Bernhard, Grassmarch... 

Per fortuna in Germania, da qualche anno, si assiste a una riscoperta generale di Walser, ormai, sempre più giustamente considerato uno tra i più grandi autori in lingua tedesca. Questa nuova attenzione, anche editoriale, promuove così anche i nuovi studi sui manoscritti del fondo R. Walser. Fino ad ora gli studiosi sono riusciti a riportare alla luce una ventina di racconti perduti e addirittura un libro, questo, per la prima volta tradotto in italia. 

Ci piace ricordare che in Walser, la vita e la finzione coincidono spesso in un modo sorprendente. La sua morte, per esempio, avvenuta per congelamento durante una passeggiata d'inverno è identica a quella di un suo personaggio. E così, in un certo senso, la fortuna del manoscritto che contiene il brigante è simile a quella del suo autore: per anni perduto e dimenticato è stato riscoperto e lentamente decifrato (e di decifrazione si trattava). 

Con questo romanzo Walser scriveva per l'ultima volta già perseguitato dalla malattia che poi lo avrebbe costretto a passare il resto della vita in un manicomio, in una sorta di autunno precendente ad un lungo inverno.

Per comprendere la grandezza di questo libro e del suo autore ci piace presentarvi l'incipit rivoluzionario consigliandovi una volta ancora la sua lettura: "Edith ama Karl. Ulteriori dettagli in seguito."



(a cura di Piero Valleise)

giovedì


In libreria, forse non tutti lo avranno notato, da un po' ho appeso sulla bacheca un documento storico, che come spesso dico bisogna rileggere ogni tanto, giusto per ricordarsi di un paio di cosette.
E' il decalogo del buon lavoratore fascista, consegnato a mio nonno Piero in quei brutti anni e ricomparso, per caso, in un vecchio testo di matematica. In realtà nessuno sa con esattezza come sia scampato alla distruzione immediata (si era socialisti di famiglia e nel cuore). Tuttavia, ricordo che quando il nonno se lo ritrovò per le mani, sessant'anni dopo, per la rabbia voleva rimediare a quel laspus e stracciarlo. Mio padre però me lo fece prima leggere ed io chiesi se potevo tenerlo.
Bene, forse non ci crederete ma il brivido che mi corre sulla schiena oggi, leggendo queste parole, è molto più tenace di quello che ancora provo con quel vecchio decalogo. 
(E il tentativo di convincermi che sia colpa soltanto dell'abitudine non mi riesce come vorrei)

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì»
(Cossiga su Giorno, Nazione, Carlino)

il resto dell'articolo lo trovate  qua 
Il commento di luca sofri, sul suo blog è molto intelligente; 
lo trovate in questa pagina  qua 

mercoledì

Pensare con i piedi


il CRA (Circolo Ricreativo Aubertiano) presenta:
Pensare con i Piedi, ovvero: più calcio per le ossa.

La Real Zizekiana è la squadra di calcio a cinque formata dagli aubertiani (Alberto, Gilles, Luciano, Piero, Sofia). 
Se vi trovate a non sapere che diavolo di sport fare in queste mezze stagioni (signora mia, le mezze stagioni!) è perché non avete ancora provato l'energia tonificante del calcetto né l'allegria sconclusionata dei zizekiani in campo.
Proprio per venirvi incontro, quindi, il CRA organizza un torneo alla Colombiana di calcio a cinque. 
Non soltanto non costa nulla iscriversi, ma in palio ci sono anche buoni sconto e libri d'argomento filolosogiconaturalambientalsocialpolitico. 
Le partite si disputano in settimana, la sera, durano tre tempi da quindici minuti (che possono essere ridotti a due per mancanza di fiato) e saranno inframmezzati da abbondanti mangiate di salumi e formaggi (o di quanto di buono saprete portare). 
Allora, che aspettate? iscrivetevi subito! è sufficiente lasciare il vostro nome cognome numero di telefono direttamente in libreria oppure, più semplicemente, mandare una mail a aubertlibreria@gmail.com (si accettano iscrizioni di squadre intere, già formate, purché non siano iscritte al campionato di serie A)

e, naturalmente, chi perde pulisce i vetri della libreria...

(gilles)

martedì

quest'oggi è morto V. Foà:

 
lo ricordiamo con il suo libro più bello: il cavallo e la torre (Einaudi 1991) con poche parole di Pietro Ingrao, su La Stampa di oggi e con una bellissima intervista.

Piccola casa borghese, salotto bianco consunto. «L’uomo che voleva la luna», come si autodefinì Pietro Ingrao nell’autobiografia, ricorda Vittorio Foa. Si rigira tra le mani «il suo più bel libro, che consiglio vivamente, Il cavallo e la torre», raccolta di ricordi scritti quasi vent’anni fa. «È stato un grande incontro. Io sempre comunista, lui socialista. Discussioni su discussioni. E una vicinanza che via via cresceva, scalzando le distanze nella catastrofe del Novecento. È stato così sin da quando ci siamo conosciuti, negli Anni Cinquanta, quando la guerra è finita, inizia la ricostruzione, si definisce il nuovo orizzonte politico. Vittorio è stato decisivo nella storia italiana, e anche nella mia formazione. È stato cruciale, mi ha aiutato, ispirato, sospinto alla battaglia antifascista». 

i collegamenti all'intervista del 1994, di B. Placido con I. Montanelli e, appunto, Foà: 

1, retri di copertina

La Quercia. Storia sociale di un albero di William Bryant Logan

(Bollati Boringhieri 2008, 253 pagine, 25 euro)


Il discorso sulle radici sembra oggi quanto mai diventato fondamentale. E certamente non è un caso se nella nostra epoca di passioni tristi, angosce e incertezze si cerchi disperatamente da qualche parte un appiglio a cui aggrapparsi; che siano spalle di giganti oppure rami poco importa. 

A questo proposito ricordo con molta devozione il compositore italiano contemporaneo Francesconi che all'inaugurazione dello scorso festival musicale MiTo, in un intervento fine e densissimo, sosteneva fosse importante traslare, anche se di poco, il significato di "radice". Perché, certo, le radici sono la parte sotterranea, d'essenziale importanza, che ci fissa al terreno e che ci permette nella bella immagine di Bernardo di Chartres di sollevarci sui giganti; tuttavia, ed è certo più importante, le radici forniscono la linfa vitale. 

Sicuramente Francesconi (compositore su cui sarà necessario fermarsi almeno un poco a riflettere) e William Bryant Logan, arboricoltore di grande talento nonché scrittore fluido e appassionante, hanno in comune ben poco, se non un interesse per l'uomo completamente libero da retoriche, facilonerie, pseudoreligiosità; e per le sue radici finalmente vitali. 

Non ci sembra quindi strano se proprio ponendo al centro dei proprio interessi l'uomo, Logan scrive della quercia: l'albero per eccellenza antropobiotico. 


(recensione a cura di Gilles Gressani)


(questo libro è stato scelto come libro del mese di settembre da Alberto, Piero ne ha parlato nella sua rassegna "cinque libri a settimana")


da "la Guinea" di P.P.Pasolini



Romano Luperini

     Oggi i nostri romanzieri scrivono (quasi tutti) come si parla al bar. Non c’è più nessuna ricerca letteraria specifica; rarissimi sono i casi di un’attenzione alla lingua. Il rigore dello stile non interessa più a nessuno. D’altronde nessuno scrive più “per il capolavoro”; tutti (o quasi) scrivono solo per vendere.

        A ciò si accompagna la messa fra parentesi del mondo. Mentre la letteratura americana e quella dei paesi emergenti ci mostrano una realtà densa di contraddizioni materiali, di conflitti sociali ed interetnici, di contrasti fra le generazioni, in Italia esiste solo l’ego. Il privato domina incontrastato. Nei romanzi che vanno per la maggiore (seppure per un mese o due), che vincono i maggiori premi nazionali e di cui parlano la stampa quotidiana e la televisione, non esiste neppure la società, che si restringe tutt’al più alla famiglia mononucleare, ai fratelli e a esangui figure genitoriali. Mentre nel cinema si parla di un ritorno alla realtà, il processo, che pure comincia a essere avvertibile anche in letteratura (almeno dopo Sandokan di Balestrini e Gomorra di Saviano), resta in campo narrativo molto circoscritto, e non mancano forzature che vanno piuttosto verso moduli di reality televisiva (e dunque verso la pseudorealtà). Bisognerebbe andare a cercare forse nel campo della editoria minore (meno condizionata dai parametri del best seller a ogni costo) per trovare alcuni esempi sia di scrittura impegnata sul registro linguistico e stilistico sia di confronto con la dimensione materiale della vita. Mi limito a un solo esempio, quello recente di Giacomo Annibaldis, autore di Casa popolare vista mare, pubblicato dalla Besa editrice (Lecce), in cui protagonista è un rione popolare, le generazioni si confrontano fra loro e lo stile è sempre molto sobrio, asciutto, rigoroso.

        I grandi editori sostengono che è questo che il pubblico vuole. E’ un argomento che mi ricorda il modo di operare di Berlusconi e dei suoi governi. Dapprima si crea un senso comune dominante, poi si dice che si fa ciò che la gente vuole. Dapprima si crea scientificamente la paura, poi si schiera l’esercito con un atto spettacolare.

        Ma è proprio vero che il pubblico vuole solo un linguaggio da bar e storie senza mondo e senza società? Non in modo così assoluto. E invoco qui la mia testimonianza personale. Ho appena pubblicato un romanzo breve, L’età estrema. Il libro è stato posto in un sito che raccoglie le visite e i commenti dei lettori. Nel giro di 30 giorni, e per di più nel mese di agosto, il libro aveva ricevuto 4000 visite e 15 recensioni, collocandosi subito dopo Le benevoleLa solitudine dei numeri primiL’eleganza del riccio. A questo punto, forse perché andava troppo bene, è stato soppresso da questo sito (la “democrazia di internet”!), e allora le recensioni dei lettori sono confluite su un altro. Ebbene, le ragioni di questo successo (minuscolo, ma non insignificante), indicate nelle recensioni inviate dai lettori comuni, stavano nello stile non banale che rivelerebbe una vera ricerca letteraria e nel fatto che la vicenda narrata farebbe riflettere i lettori sulla situazione del mondo e sul senso della nostra vita.

        Io credo che oggi in Italia vi sia una fascia di pubblico colto e sensibile – una fascia indubbiamente limitata, probabilmente oscillante intorno a 10.000-20.000 lettori – che si attendono qualcosa di più e di meglio di ciò che le grandi editrici selezionano e “costruiscono”. Questo pubblico esiste, ma è destinato a restare deluso. Le grandi casi editrici puntano alla cassetta e rimpinzano di estrogeni i loro prodotti. Il guaio è che finiscono per condizionare profondamente lo stesso canone. Probabilmente anche Gadda o Tozzi oggi sarebbero pubblicati solo da Besa, e respinti da Einaudi e Garzanti. E non li leggerebbe nessuno.

giovedì

il nobel per la letteratura

9/10/08

Rudolph Christop Eucken (Aurich, Frisia Orientale, 1846 - Jena 1926) 
vince il premio nobel per la letteratura
motivazione: per la sua ardente ricerca della verità

Filosofo tedesco. Dopo i primi studi di filologia classica e di storia della filosofia, insegnò nelle università di Basilea e Jena. Nella sua opera generale il filosofo presentò il suo concetto della vita, individuando un livello biologico (la natura) e un livello noologico (il mondo spirituale), tra loro fermamente irriducibili, anche se in stretta connessione. Di qui il rilievo da lui dato al cristianesimo, guardato al di là di ogni determinazione confessionale, in quanto propugna una religiosità e una visione del mondo fondate esclusivamente sulla libertà interiore dell'uomo. Tra le sue opere principale: Storia e critica dei concetti fondamentali del nostro tempo e Il significato e il valore della vita
(Pietro Migliorini. dizionario dei premi nobel, book time 2008)

lunedì

cinque libri a settimana

Taccuino minimo di buone letture, ovvero i libri che abbiamo letto e che segnaliamo
Supplemento settimanale senza presunzione letteraria a La Pagina Aubertiana:
sette: settimana dal sei al  dodici ottobre

Il libraio sotterraneo di Guido Quarzo e Il libraio di Selinunte di Roberto Vecchioni e ancora Firmino di Sam Savage e infine Il discorso al paese di Fuente Vaqueros di Federico Garcia Lorca.

In modo un po’ anomalo per la nostra rubrica settimanale parliamo di quattro libri contemporaneamente. La connessione sentimentale che ci lega alle parole e alla lettura, ai libri e alle librerie, alle biblioteche e ai bauli colmi di volumi polverosi è la bussola della nostra scelta. Ancora una volta la passione per la parola scritta diviene la vela per il nostro viaggio. Ci perdonerà Quarzo per essere accostato a Garcia Lorca, così come Firmino, pensiamo, avrebbe potuto fare la sua parte nella guerra civile spagnola ’36-39.
Il libraio sotterraneo è un libro per bambini. Il protagonista si chiama Nicolò e secondo la maestra non socializza. Sciocchezze a sentire Nicolò che ama i libri come nessun altro e che socializza benissimo con un vecchio libraio, il signor Cartesio... Quarzo ha insegnato per anni nelle scuole elementari in Piemonte prima di dedicarsi completamente alla scrittura.
Il libraio di Selinunte è la storia di un ragazzo, Frullo, chiamato in questo modo perché gli frullano sempre tanti pensieri in testa e di un libraio giunto nella comunità con bauli pieni di libri. Un giorno tutto il paese si sveglia e non ha più le parole; tutti sono avvolti in una nebbia che non permette di ricordare e pensare. Solo Frullo è immune dal virus che ha colpito la comunità e sarà lui che ha conosciuto il libraio a...Vecchioni è cantautore e scrittore.
Firmino è un topo che si ciba di libri. Incrocia, sul suo cammino digestivo e suggestivo, dei librai ambulanti, degli scrittori, delle librerie. Firmino è lo specchio in cui possono riflettersi coloro che senza libri e lettura non stanno bene. Firmino sembra dirci che la letteratura è rivoluzionaria e, finanche, riesce a metterci in pace con il mondo dei roditori. L’autore è stato insegnante di filosofia, meccanico, carpentiere e pescatore.
Sui libri. Discorso sui libri di Fuente Vaqueros è stato pubblicato nel 1986, in Spagna, per la prima volta. Il discorso proviene dall’Archivio Garcia Lorca e contiene il testo che il poeta lesse a voce alta, davanti ai propri concittadini, in occasione dell’inaugurazione della biblioteca comunale. Garcia Lorca non necessita commenti o presentazioni di sorta.

In nome del legame che unisce i libri alla carta, e la carta agli alberi, e tutti questi necessariamente agli scrittori, aggiungiamo come quinto libro il volumetto di Jean Giono
L'uomo che piantava gli alberi. Siamo in Provenza, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Durante una gita, rimasto senza acqua e senza riparo in una zona arida e corrosa dal vento, Giono trova ospitalità presso un pastore. Elzéard Bouffier è un uomo mite. Vive in una casupola linda e solitaria e trascorre le sue giornate accompagnando le pecore al pascolo e selezionando con cura e precisione delle ghiande, che poi chiude in un sacco e porta con sé. La curiosità dello scrittore per questo gesto inconsueto, che lo spinge a seguire l'uomo nel suo vagare, segna l'inizio di un'amicizia e lo rende testimone di un piccolo miracolo. Elzéard Bouffier semina querce, cento al giorno. Ha "pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d'alberi" e da tre anni percorre la campagna con il suo sacchetto di frutti scelti con attenzione e un bastone robusto. Ne ha già piantate migliaia.
Lo scoppio della guerra porta Giono lontano. Al suo ritorno in Provenza, alcuni anni dopo, Elzéard sta ancora seminando. La piantagione è diventata bosco, un bosco esteso, che porta pioggia e spinge la gente a ripopolare i villaggi abbandonati. E mentre tutti pensano che lo sviluppo della foresta sia un improvviso e inaspettato rigoglio di natura, Elzéard, pazientemente, semina. La storia semplice e vera di un dono.